Si veda anche S.Giustina Museo Archeologico

Si ricorda che la Chiesetta di santa Giustina è una Chiesa Museo e fa parte della Rete dei Musei Altovicentino. 

S.Giustina Museo storico 

Introduzione

L’origine dei musei è antichissima. Intorno al 530 aC la sacerdotessa e principessa Ennigaldi, con il supporto del padre Nabonide, realizzò il cosiddetto museo di Ennigaldi-Nanna, che è da considerarsi come il primo o uno dei primi musei mai realizzati.

L’etimologia del nome Museo è chiara:  Luogo sacro dedicato alle Muse;  Luogo della cultura. 

Chiesetta

* Santa Giustina è una piccolissima chiesa un tempo in aperta campagna ed ora quasi inglobata nel tessuto cittadino. Si tratta di un esemplare di architettura sacra assai rilevante sia dal punto di vista storico che artistico, prezioso nella sua semplicità.

Di impianto rettangolare, presenta il tetto a capriate ed una piccola abside rivolta a nord-est, semicircolare. I muri perimetrali, costruiti con mattoni e sassi di torrente tenuti assieme con la malta, ricevono stabilità da quattro robusti contrafforti posti agli angoli dell’edificio. Sulla sommità del muro frontale spicca uno svelto campaniletto a vela entro cui è sospesa una ben proporzionata campanella della fonderia del bassanese Pietro Colbachini.

Si accede al semplice interno ad unica aula (m 8,90 x 4,30) e con il pavimento in cotto attraverso una porta contornata in pietra, abbellita da un architrave a cornice sagomata. Un piccolo vano absidale lungo m 1,30 amplia con equilibrio gli spazi e dà respiro all’ambiente raccolto. Si direbbe quasi che le dimensioni modeste e la sobrietà delle linee esaltino il fascino discreto dell’edificio.
Peculiarità del nostro oratorio fu quello di essersi mantenuto dal 1581 sino al maggio 2003 edificio privato, trasmesso di famiglia in famiglia: dai Dal Ferro ai Canneti, dai Vanzo ai Beltrame, dai Mistrorigo ai Muttoni. La chiesetta che oggi vediamo è il rifacimento di un preesistente tempietto, presumibilmente anteriore al Mille e poco documentato; per forza di cose dunque, nel cercare di ripercorrerne le vicende, abbiamo dovuto far ricorso anche ad ipotesi che ci auguriamo siano non solo suggestive.

La storia dell’oratorio campestre di Santa Giustina di Giavenale presuppone necessariamente un sia pur fugace riferimento alla santa cui è intitolato. Non che sappiamo tanto su di lei, anzi. Secondo la tradizione, Giustina apparteneva ad illustre famiglia padovana; arrestata forse nel 304 durante la persecuzione di Diocleziano, rifiutò di apostatare e venne perciò condannata a morte. L’iconografia che le è propria fa riferimento a queste scarne, essenziali note biografiche. Le sue illustri origini suggerirono spesso agli artisti la raffigurazione della santa con la corona oppure con il globo e lo scettro, simboli di discendenza addirittura regale. Gli altri elementi iconografici relativi a santa Giustina vergine alludono al martirio: la palma innanzitutto ed il libro tra le mani, simbolo della fede, nonché il pugnale con cui le fu inferto nel petto il colpo mortale.
Alla sua santa la Chiesa padovana dedicò un primo sacello; accanto ad esso, forse a partire dall’VIlI secolo, i monaci Benedettini costruirono nel tempo un grandioso complesso il cui cuore religioso è costituito dalla basilica che prospetta sul Prato della Valle. Al suo interno degno di nota è un piccolo oratorio che sopra il suo altare conserva l’immagine di san Prosdocimo: ai suoi lati corre una scritta in cui il santo è detto episcopus et confessor cioè vescovo e testimone della fede.
E’ di grande importanza che nella basilica di Santa Giustina si conservi antichissima memoria del santo che fu primo vescovo di Padova e dell’intera Venetia centrale, nella cui giurisdizione cadeva anche il Vicentino. Numerosi racconti fantastici corrono sulla sua intransigente opera di distruzione del paganesimo e sull’altrettanto determinato impegno nel diffondere il Cristianesimo: nella nostra zona ricordiamo particolarmente le leggende relative alla distruzione del tempietto dedicato al dio Summano sulla sommità dell’omonimo monte ed alla costruzione della pieve di Pievebelvicino sulle rovine di un precedente tempio dedicato a Diana.
Tutto ciò fa intuire quanto potesse sulla Chiesa vicentina dei primi secoli cristiani quella padovana già strutturata in diocesi ed in grado di proporsi anche nelle nostre zone con il prestigio di suoi due grandi santi: Prosdocimo vescovo e confessore, Giustina vergine e martire.

Il territorio vicentino per circa tre secoli fece parte della diocesi di Padova: tanto è il tempo intercorso tra il primo vescovo padovano vissuto intorno agli inizi del IV sec. e quello vicentino, di nome Oronzio, sul finire del VI secolo. In questo lungo lasso di tempo e nei secoli immediatamente successivi, anche nella zona di Schio la devozione per santa Giustina prese piede e si diffuse al punto che in suo onore vi vennero edificati due luoghi di culto. Di uno si sono perse da tempo le tracce visibili ma della sua esistenza siamo del tutto certi grazie alla testimonianza di documenti tardo-medioevali e ad un toponimo tuttora vivo fra la campagna di Magrè e quella di Ca’ Trenta.

L’altro luogo di culto è la nostra chiesetta, naturalmente nella sua forma più antica, prima dei radicali mutamenti di cui si parlerà più avanti. Per cercare di datarne la fondazione non si può prescindere da una attenta valutazione del toponimo Giavenale. Si ipotizza fondatamente che esso derivi da ad advenales, termine quest’ultimo che si collega con evidenza con il latino àdvena vale a dire forestiero di passaggio, pellegrino.
E’ noto che i fedeli anche in età medioevale si spostavano dalle loro terre d’origine verso città o sedi di luoghi sacri particolarmente venerati con una frequenza ed una fede che le innumerevoli avversità non bastavano a frenare: di necessità lungo i percorsi che segnavano tali spostamenti sorgevano luoghi di accoglienza che offrivano un temporaneo sollievo ai fedeli peregrinanti, agli àdvenae per l’appunto. Ad uno di questi alloggi per stranieri risalirebbe il toponimo Giavenale.
Chi lo avrebbe fondato? La risposta sembra accettabilmente provenire da quanto si legge intorno a sant’Anselmo, discendente ed erede del duca longobardo Wectari, vissuto nel periodo in cui alla dominazione longobarda (cessata nel 774) subentrò quella franca. Divenuto abate di Nonantola nel Modenese, Anselmo fu alla guida di una comunità religiosa dai vastissimi possedimenti, che si estendevano anche nel Vicentino. Essi includevano presumibilmente anche la zona di Giavenale, dove il santo abate avrebbe fatto costruire un alloggio a profitto degli àdvenae.

Ora, se facciamo nostre queste suggestive ipotesi formulate in diversi modi ed epoche dagli studiosi di cose vicentine ed in tempi a noi vicini arricchite ed ordinate dal dott. Gianni Grendene, possiamo spiegare l’origine del toponimo Giavenale ed insieme far risalire la costruzione della primitiva chiesetta di Santa Giustina al tardo VIII secolo o, al massimo, all’inizio del IX, essendo sant’Anselmo mortonell’803.
Per l’erezione del sacello e per la probabile costruzione di altri locali vicini, i monaci si servirono del materiale che la natura offriva nei pressi e, come non di rado accadeva, anche di resti di costruzioni antiche e abbandonate in stato di rovina. Era tra questi una lapide, una pietra di notevoli dimensioni, appartenuta ad un sepolcro di età romana, passato durante i secoli attraverso chissà quante e quali vicissitudini. Recava il nome di Caio Camerio pontifex.
Secondo una disposizione comune agli antichi Romani le steli sepolcrali si ergevano lungo la pubblica via, fuori dell’abitato. Anche Camerio si sarà attenuto ad essa scegliendo per sé e per la moglie Terenzia come luogo di sepoltura o un appezzamento di terra di cui era proprietario oppure uno dei tracciati che delimitavano l’agro centuriato in prossimità di Malo – Giavenale. La primitiva chiesetta di Santa Giustina venne forse eretta proprio qui, accanto all’antico sepolcro o sul sepolcro stesso.
Nei secoli a cavaliere del Mille l’oratorio campestre non solo svolse le sue originarie funzioni ma rappresentò pure un importante punto di incontro per i fedeli del luogo. Poi le ingiurie del tempo si fecero pesantemente sentire e l’edificio, voluto in epoche ormai remote dai monaci nonantolani, collassò su se stesso lasciando soltanto poche tracce di residui murari. Solo nel XVI secolo la famiglia Dal Ferro proprietaria dei terreni prese a cuore la sorte del nostro oratorio facendolo ricostruire ex novo, spinta a ciò anche da un fatto prodigioso riferitoci dal padre Francesco Barbarano de’ Mironi in questi termini:

Santa Giustina della stessa contrada di Giavenale, chiesa dei Ferri, famiglia nobile di Vicenza. Questa  chiesa è antichissima, e si stima fosse de’ monaci di san Benedetto. Essendo per le guerre distrutta, un contadino (per quanto si dice per tradizione) cominciò a coltivare il terreno del Cemeterio, e fatti avidi gli eredi nel coltivarlo tutto, cavarono dal campo una gran montagna de sassi, ch’era in mezzo d’esso della chiesa distrutta, ma volendo arare quella parte, i bovi mai volsero entrarvi benché con ogni forza ed industria vi fossero spinti; per il che quei contadini venderono il detto campo a detti Ferri; quali per commodità loro determinarono fabbricarvi una chiesa con titolo di Santa Giustina. Nel cavar de’ fondamenti si trovò nel detto luogo un Crocifisso con 4 chiodi di bronzo d’altezza d’un palmo, una balla di marmo bianco, rotonda e lavorata, un dito police pur di marmo, giudicato da intendente bellissimo, ed altre bellissime cose, che appresso li medesimi si conservano, li quali sopra la porta hanno posta quest’iscrizione.                                                                                                                                                      *articolo a firma Barettoni-Ghiotto del 2009 

Lapide con iscrizione di Camerio

Quando fu ricostruita la chiesetta, all’interno dell’edificio, sulla sinistra, venne murata verticalmente la famosa lapide romana che di questo sepolcro faceva parte. L’iscrizione che vi si legge è di notevole importanza epigrafica e figura anche nel monumentale Corpus Inscriptionum Latinarum (voi. V, n. 3129) di Theodor Mommsen.

Queste le parole che vi sono incise:

C(AIUS) CAMERIUS

M(ARCI) F(ILIUS) / IIIIVIR [quattuorvir] I PONTIFEX I SIBI ET / TERENTIAE L(UCII) F(ILIAE),

Caio Camerio, figlio di Marco, quattuorviro e pontefice, (costruì) per sé e per Terenzia figlia di Lucio.

Il nostro reperto lapideo è dunque una stele funeraria fatta approntare da un uomo di spicco nella società vicentina del suo tempo, essendo sia quattuorviro, cioè uno dei quattro magistrati preposti alla guida del municipium romano di Vicenza (tale era il capoluogo dal 49 a.C.), ed essendo anche uno dei membri del collegio religioso dei pontefici. E assai probabile che sulla parte alta della pietra fossero incise originariamente anche altre due lettere non giunte sino a noi: esse forse dicevano, cosi come era consuetudine, D(IS) M(ANIBUS), agli Dei Mani, cioè alle anime dei defunti, o meglio a quelle anime virtuose che gli antichi Romani consideravano geni tutelari delle case.
Tra i molti altri autori che hanno trattato di questa preziosa testimonianza di romanità piace ricordare in modo tutto particolare l’umanista scledense Bernardino Trinagio (1512- 1577) : egli la cita nella sua opera Veteres Vicentinae urbis atque agri inscriptiones pubblicata a Vicenza nel 1577, quindi pochissimi anni prima che la chiesetta venisse ricostruita per volontà dei fratelli Dal Ferro.

Lapide dedicatoria 

L’altra lapide ripercorre in rapida quanto efficace sintesi alcune vicende vissute dall’oratorio di SantaGiustina, trasmettendoci la seguente memoria.

D(EO) O(PTIMO) M(AXIMUM IUSTINAEQUE VIRG(INI) ETMAR(TYRI) AEDICULAM  MULTA IAM SAECULA DICATAM ANTIQUITU[S]  NIMIA VETUSTATE COLLAPSAM UBI C(AII) CAMERII  VI PONT(IFICIS) INSIGNIS SARCOPHAGUS QUEM SIBI  ET TERENTIAE ANTEA EREXERAT REPERTUS FUIT IO(ANNES) IACOBUS IURISC(ONSULTUS) ET IO(ANNES) BAPT(ISTA) A FERRO SEB(ASTIANI) F(ILII) ORATORIUM SIBI ET POSTERIS PROPRIO AERE EFFICIENDUM CURARUNT IIDI MDLXXXI.

A Dio ottimo massimo ed alla vergine e martire Giustina. Gian Giacomo giureconsulto e Gian Battista Dal Ferro, figli di Sebastiano, provvidero a proprie spese che fosse ripristinata come oratorio per sé e per i posteri la chiesetta consacrata già molti secoli prima, crollata in antico per troppa vetustà, là dove era stato trovato l’insigne sarcofago di Caio Camerio sesto pontefice che egli aveva tempo prima eretto per sé e per Terenzia. Il 15 maggio 1581

Questa lapide si trovava murata, fino al XVIII secolo, sulla facciata della chiesa di S. Giustina. Essa fu tolta in seguito a restauri e rimase in casa dei proprietari per molti anni. Entro il 2020 sarà ricollocata sulla facciata della chiesetta per iniziativa di Simone Barettoni.

Dipinti

Si possono suddividere in gruppi;

Primo gruppo: quattro grandi raffigurazioni di santi. Più precisamente uscendo: a destra San Felice relativamente ben conservato e con iscrizione leggibile;  a sinistra San Sebastiano non ben conservato e identificabile con sicurezza benché l’iscrizione non sia leggibile. Entrando di fronte a destra e a sinistra due santi non identificabili.

Secondo gruppo: entro un fregio costituito da figure ottagonali : scene relative alla vita di Santa Giustina. In un ottagono  sembra di riconoscere Santa Giustina portata davanti ai giudici (un putto è ben visibile seduto su un gradino). Questi dipinti sono tutti mal conservati.

Terzo gruppo: putti su festoni in corrispondenza alle finestre.

Quarto gruppo : varie decorazioni floreali sulle pareti

L’autore delle pitture

Circa l’autore dei dipinti (tempere) non abbiamo certezze. In base a talune considerazioni si è ipotizzato che sia Antonio Zambon detto anche Tuogno Zambon. Infatti egli fu pittore di Schio attivo anche a San Vito dove interviene, sicuramente, nella chiesa parrocchiale e nella chiesetta del cimitero tra il 1600 e il 1603, altri interventi nel 1609.

Antonio Zambon, che frequentava la famiglia Dal Ferro e che aveva dedicato talune sue poesie a uno dei proprietari, risulta attivo tra il settimo decennio del Cinquecento e il primo ventennio del Seicento. Una forte somiglianza si nota tra un putto della chisetta di S. Vito e i putti “in tempera” a S. Giustina.  Antonio Tuogno Zambon fu anche poeta in lingua rustica padovana; di lui si pubblicò a Padova nel 1625 il volume dal titolo: Rime alla rustega di Tuogno Zambon pensaore (ossia depentore-pittore) da Schio.

Arredi 

Altare in pietra tenera 187×250 cm, sec. XVIII-XIX ? (altare smontato e non più rimontato)

Sull’altare :

quattro candelieri in bronzo del sec.XX;
un crocefisso ligneo da altare di altezza 44 cm                                                                                                          tre cartegloria (la cartagloria è un oggetto di culto usato nella Messa tridentina, racchiusa in cornice e disposta sull’altare è un sussidio per la memoria del celebrante) del sec.XIX, all’interno di cornice dorata, protetti da vetro.

Dipinto posto sull’altare raffigurante la Madonna incoronata con due putti di lato, altri quattro putti in alto a destra e sinistra del dipinto.

Olio su tela, 60×45 cm, senza cornice, sec. XVIII-XIX. (Alessandro Dalla Ca’ ricorda, nel 1913, che sopra all’altare c’era una piccola pala (50×38 cm), un olio su pergamena, raffigurante la martire S. Giustina. L’opera viene giudicata dall’autore del 1600 circa. Nel “Numero Unico” del 1981, G.P. Muttoni ricorda che venne restaurata dal prof.Pedrocco di Venezia. Ora il dipinto non si trova più nella chiesetta.)

Decreto a stampa del vescovo Antonio Farina del 10 maggio 1877

Stampa, 55×43 cm, in cornice, sec. XIX, collocata sulla parete di fondo, lato destro

Noi Giovanni Antonio De Farina, per la grazia di Dio e della Santa Sede apostolica, Vescovo di Vicenza, …, dichiariamo di aver visitato secondo il Cerimoniale prescritto dai Sacri Canoni l’Oratorio dedicato a S.Giustina di proprietà del Sig. Orazio Beltrame e di aver trovato ogni cosa in ordine ed esattezza, per cui abbiamo decretato e decretiamo, che venga rilasciato dalla nostra Curia il presente decreto … ordinando che per sempre sia esposto nella Sagristia alla maggior gloria di Dio, ed alla edificazione dei Fedeli.

Stendardo processionale in stoffa: la Madonna Immacolata che schiaccia il serpente, a sinistra santa con agnello e giglio, a destra tre giovani vestite di bianco e altra figura vestita in rosso

Oleografia, 86×56 cm, fine ‘800, inizi ‘900

OLEOGRAFIA: Procedimento di stampa in tricromia e quadricromia, sulla quale si imprime una trama a secco quale imitazione della tela per ottenere l’effetto di un’opera eseguita a olio; molto diffuso nella seconda metà dell’800.

Stendardo processionale in stoffa: Gesù in preghiera sul Monte degli Ulivi

Oleografia, 86×56 cm, in basso a destra timbro rotondo in rosso con la sigla RAS, fine ‘800, inizi ‘900

Dipinto: Gesù incontra Veronica, quattro figure sullo sfondo

Olio su tela, 71×55 cm, in cornice, sec. XVIII

Dipinto: un angelo porge a Gesù un calice con sopra un’ostia, sul lato sinistro tre figure dormienti.

Olio su tela, 49×39 cm, in cornice, sec. XVIII

Dipinto: Deposizione, Gesù tra le braccia di Maria, con S.Pietro, S.Giovanni, la Maddalena e una pia donna

Olio su tela, 72×62 cm, in cornice, sec. XVIII

Mater Creatoris 

Incisione in rame acquerellata a. mano di G.B.Bernardoni tratta da un dipinto del Sassoferrato, parte incisa 42X34 cm. in cornice sec. XIX

Nota :Per le fotografie si veda Archivio fotografico e la presentazione che segue

SGiustina ESTRATTO ARREDI_ Presentazione 07 aprile06

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